Astronoma, astrologa, medico, filosofa, matematica, letterata. Donna di grande bellezza e carisma, teurga e scienziata, venne fatta a pezzi dalla plebaglia cristiana di Alessandria, aizzata dai monaci predicatori. Ipazia.

Raccolta degli apocrifi pseudoepigrafici pubblicati in Gnosis-Ignis, in L'eclissi e le fiaccole, in Cosmo e Testo-scrivere col kykeon...Primo volume del progetto de: Le memorie di Diadoco Antimonio

Poesia tratta dal testo erme(neu)tico-mitopoietico “Dei silenti abitatori”, dedicata ad una martire del pensiero, del coraggio, della libertà. Ad Ipazia

 La sera di Alessandria,/ sorella sbranata/ da mastini feroci d’umano rancore,/ fu colma della quiete ebbra di sangue,/ quel giorno maledetto dalle rose e dagli dei./ Satolli di carne sacrificata,/ i ventri sospiravano preghiere ad un Babbo/ Terribile e Lontano,/ crogiolando l’occhio nel ricordo/ del seno maciullato./ Chiodi e staffili erano avanzati/ alla folla pronta allo strazio,/ e gli stessi visi senz’anima/ dallo scroto gonfio per il sangue versato,/ e la pelle squarciata,/ un tempo addietro/ aveva sparso sul Golgota/ il seme sterile dello spettatore del supplizio./ Tu, fiore estremo ricolmo di primavere,/ Tu, labbro onorato dagli dei, loto/ su cui il fango scivolò/ anche nello sbrano dei maiali,/ Tu, gambe spezzate e costato ferito,/ Tu, vento che gonfia le ali di aquile e farfalle,/ Tu, acqua e vento fresco/ sulle labbra d’ogni torturato,/ Tu, dalle splendide mani impigliate/ nei reticolati irti/ d’odio dei lager,/ Tu, delfino trafitto per gioco/ in una baia colma di sangue,/ Tu, sorella d’ogni condannato,/ Ipazia, oro della corona degli dei,/ fiore strappato dalla tempesta di fango,/ eppure sempremergente, veste di gloria,/ Tu, polvere d’oro su alba e tramonti,/ donami gentile il sorriso/ che schiudesti quando,/ immacolata/ della lordura del supplizio,/ abbracciasti il cielo/ che avesti come corona./

A Suhan

Piangeranno/ le mattine/ d’una rugiada/ arsa,/ quando saranno/ senza il tuo volto,/ placido,/ sospeso tra i sogni/ e l’affanno,/ accennato,/ per l’opera del giorno./ Forse io sarò/ già partito/ per la nebbia,/ e non piangerò coi fiori/ e l’erba,/ la mattina,/ ma sarò lì,/ ad attenderti,/ nell’incrocio delle vie/ dove poi ci perderemo,/ ancora, di nuovo,/ per i tratti di strada/ di cui ancora non sappiamo/ i visi ed il cammino./ Magari con un artifizio,/ magari/ puntando i piedi/ contro il volere/ di dei che non sanno dell’umano/ la miseria e la grandezza,/ ma ci sarò,/ con ancora la mia voce/ che ti cullava,/ sussurro nell’orecchio/ dentro il buio,/ e l’andatura caracollante/ che ha sempre accompagnato/ le mie passeggiate con te./ Sarò lì, ad attenderti,/ e non avrò altro che una carezza,/ ed una sciarpa, e guanti,/ se il tuo passò sarà volto/ per il freddo e la neve,/ o forse porgendoti/ un ombrello grazioso/ affinché il sole non ferisca/ la tua ombra, e te lo porgerò/ schioccandoti un lieve bacio./ Prenderò le tue mani,/ e per un istante/ le mie mattine,/ anche se già/ l’un l’altro estranee,/ saranno ancora,/ piene di rugiada./ Ti bacerò le guance/ sussurrando l’addio/ che non mette tristezza,/ poiché avrai sciarpa, e guanti, / ed ombrello, ed il mio sussurro,/ a proteggere il tuo nuovo cammino./ Sparirò nel vento,/ per tornare dove già avevo iniziato/ a respirare nuovi mattini,/ e tu farai altrettanto,/ ma lì, nell’incrocio,/ per un istante,/ avremo sostato assieme,/ gli sguardi sorpresi/ per l’incontro,/ come già è stato,/ una volta,/ in una hall d’aeroporto,/ tra gente di fretta, e voli,/ e partenze./

Suhan

Ultima pubblicazione, in ordine di tempo, per il progetto di scrittura erme(neu)tica Cosmo e Testo, il libro L'eclissi e le fiaccole. Appunti, idee e narrazioni gnostiche. Un lavoro di teoresi e mitopoiesi in dialogo con l'Ermetismo, lo Gnosticismo e la filosofia di Schopenhauer, Nietzsc.he e Heidegger

Video Ogni binario

L’appeso Tra una terra troppo stretta per le mani di umani avari di vastità, ed un cielo troppo arcigno per lo sguardo distante d’un dio indurito, tra un abbandono incompiuto alla vela ignota d’ogni meta, ed uno slancio d’ala greve come la pietra, noi oscilliamo, penduli, inversi, il laccio attorto alla caviglia, le mani legate al dorso, lo sguardo stravolto, come la risata sgangherata di chi non sa distinguere tra sorpresa e delusione.

Silloge di scritti erme(neu)tico-poetici, inni agli Archetipi del Sacro, poesie ed haiku.

Non è stato inserito alcun video

Recensione della Silloge poetica Da parte della Casa editrice Dantebus:LA POESIA DONA SENSO AL CAOS, SUPERA I CONFINI TEMPORALI E SPAZIALI, DIVENENDO PER SEMPRE IL CANTO BELLO E VERO DELL’ANIMA

«Quando le porte della percezione si apriranno tutte le cose appariranno come realmente sono: infinite» (Blake). L’autore Walter Salamano è un vero sapiente, un dotto, un saggio. Egli è la guida, il “pastore errante”. Chi legge si pone come “discepolo” e lo segue nella migrazione verso la Verità. Il poeta, dal greco POIEO “colui che crea”, mostra il suo viaggio, il cammino intrapreso alla ricerca, come il pellegrino russo nei famosi “Racconti di un pellegrino russo”: prima alunno, poi discepolo, quindi ermeneuta, esteta, creatore, (poeta), artista e infine saggio e maestro “ermetico”. Il pellegrinaggio spirituale e culturale si incontra-scontra inevitabilmente con il caos informe, disordinato e privo di senso. Ed è qui che Walter compie un primo passaggio determinante: l’ermeneutica del caos. Dare un senso, un ordine ed una forma ad esso è il gradino che porta l’uomo ad essere filosofo, poeta, artista ed esteta. Walter non è solo in un viaggio così faticoso, egli può avvalersi della sapienza di chi l’ha preceduto, dei “grandi” che sin dall’antichità hanno intrapreso la stessa strada. Ecco che, allora, attingere dalla schiera di filosofi e poeti, significa continuare la ricerca dell’umanità verso il Vero, unificare l’antico col presente nella scia del divenire. I Presocratici, il neoplatonismo, i testi gnostici, l’ermetismo ellenistico, Giordano Bruno, Nietzsche, Jung, Husserl, Heidegger, Sartre, Severino, Esiodo, Dante, Blake, i Metafisici inglesi, i Preraffaeliti, Yeats, Rimbaud, Campana, Ungaretti e Montale, Basho, sono le gocce che vanno a formare il fiume della conoscenza e dell’arte, dentro il quale il poeta riversa anche la sua creazione, dentro il quale confluisce e fluisce la sorgente della sua poesia. «Come gocce, scagliate/contro la trasparenza ventosa/ed impolverata/del finestrino d’un treno,/e di cui metro per metro/la partenza/mischia la sferica purezza/con il brago/disseccato/delle corse precedenti,/noi siamo, sospesi/su lastre fragili/e coperte d’antichi percorsi./Scagliate giù da un cielo/ceruleo e coperto,/corrono sghembe,/consumandosi, separandosi,/incrociandosi ed unendosi,/divenendo infine tenue riga/nel cavalcare l’urlo ed il respiro/della buia galleria» (“Come gocce”). La stessa ars poetica di Walter, il suo stile, la sua forma ed il suo senso, si evolve pian piano verso la sapienza. Dalla scrittura ermeneutica, dove il simbolo, poesia e teoresi cercano di creare uno spazio fondante un nuovo tipo di “scritturalità”, si passa alla sperimentazione erme(neu)tica che, di fatto, crea una poesia filosofica, in cui filosofia, poesia e mitopoiesi unite nel “ritmo prosodico” divengono musica, armonia e quindi “canto” del pensiero. Tale idea e creazione artistica si perfeziona sempre più nell’artifizio, nella finzione, per l’appunto, che assolutamente non si contrappone al vero, anzi è la scatola che lo contiene. La poesia è, insomma, resa sotto splendida forma e modellata in modo tale che il lettore/osservatore ne possa fruire in pieno, solo intraprendendo un percorso mentale e spirituale. Il lettore è rapito da tanta sapienza, ogni canto, ogni verso è intriso di citazioni letterarie, filosofiche. Ogni passo è un gradino ermetico da superare, per progredire nel cammino della luce. Un percorso che sorprendentemente può essere intrapreso da tutti. Walter gioca, infatti, sul confine di un ermetismo massonico e alchemico (sapere elitario) e l’idea che sia attraverso i suoi versi, quanto quelli di Yeats, Dante o Blake, od il pensiero di Eraclito o Nietzsche, anche l’uomo privo di qualità possa vedere (e fruire bellezza e sapienza) nel loro brillare aurorale (sapere per tutti). Il lettore può trovare mille chiavi di lettura, anzi ognuno ne deve costruire una diversa, dopo aver trovato la sua ermeneutica. Probabilmente Walter ha costruito così la sua mirabile opera, confidando nella connessione tra la GNOSIS, che fluisce dall’antico fino al moderno, ha una sacra e intrinseca connessione con l’animo e l’anima umana. Una di queste “auree” chiavi, custodite tra i versi, rivela un incredibile e ulteriore passaggio dell’arte. Il canto della poesia va a coincidere con quello del cuore ed elevandosi e spingendosi tridimensionalmente nello spazio e nel tempo (passato, presente e futuro) i versi divengono la melodia e le parole dell’anima: «La mia anima/è il cristallo negli occhi del morente,/il battito d’ali della folaga/colpita dal cacciatore,/che nuota la sua agonia./La mia anima/sono le braccia distese/di chi attende/il tramonto dietro l’alba,/il viso corroso della statua/nel centro della piazza./La mia anima/è un richiamo sepolto nella nebbia,/senza orizzonte né direzione./La mia anima/è un passo sull’erba,/orma spazzata/dal vento e dalla pioggia» (“La mia anima”). La voce dei poeti, dei filosofi, dei cercatori della verità, dei pastori, degli umili, dei sapienti, degli uomini di ogni tempo, grazie alla poesia divengono un canto “armonioso” delle loro anima che dona un senso al caos… ed incredibilmente e meravigliosamente è una musica che durerà in eterno nell’universo: «Era mia convinzione/che il suono degli strumenti,/o il vento sull’erba,/od il guizzo serotino/del sole sui flutti,/o la luce profumata/della stecca d’incenso,/od ancora lo sciogliersi/della frutta sulla lingua,/o la stretta di mano/a lungo attesa,/era mia convinzione,/dicevo,/che tutto questo sarebbe finito/quando l’ultimo muoversi/delle tue palpebre/fosse divenuto/marmo della tua lapide./Era mia convinzione./Erravo./Ogni cosa continua ad esistere» (“Era mia convinzione”).

App su GoogleStore- Dantebus-Arte e design Walter Salamano- App gratuita.

https://play.google.com/store/apps/details?id=com.dantebus.apps.app42360

link per la mia App personale. Biografia, opere, recensioni...

Link per la videopoesia "Ogni binario", edita su youtube da Dantebus-network per artisti.

https://www.youtube.com/watch?v=x7xtkDd6RlU

 

Venerdì e Sabato 4 e 5 Ottobre. Promozione ebook gratis "Inni alla Dea-percorsi testuali verso gli archetipi dell'Anima.

https://www.amazon.com/Inni-alla-Dea-archetipi-dellAnima-ebook/dp/B07XGM8HXX/ref=sr_1_1?keywords=inni+alla+dea+walter+salamano&qid=1570091069&s=gateway&sr=8-1

Questa è una raccolta di poesie, una parte delle quali pubblicate nei testi prosodico/prosimetrici d’ambito teoretico e filosofico. E’ una raccolta di preghiere, di inni, di meditazioni nate lungo il percorso che porta all’interno di se stessi attraverso il contatto con gli numi archetipici, attraverso l’indagine vissuta, e non solo concettualizzata, del mito, attraverso ll’infissione del proprio sguardo nello spazio che si dischiude tra labbro e labbro, quando la thaumathein, lo stupore per l’esistere delle cose, piuttosto che il nulla, si riflette nello specchio eburneo ed ebenino del viso della Dea, avendo dismesso lo sguardo profano, ed il suo declinarsi, imperante nell’era del technè, come sguardo che domina, controlla, utilizza, soppesa e commercia. Lo spazio della meraviglia epoptica, per l’essere umano, è la frattura nelle mura che imprigionano, lo squarcio sottile, ma generativo, nel velo di Maya. E’ il cercare una realtà più profonda, ricreata poeticamente attraverso l’impasto della nostra polvere quotidiana con l’acqua delle fonti archetipali, collettive, inconsce, o, per meglio dire, superconsce, quindi continuamente forgianti, come sorgente inesauribile, il nostro flusso vitale. E’ il contatto poetico con il nostro sé più profondo, o superiore, a seconda della nostra direzionalità, d’introversione o d’estroversione. Questo cammino non è un giocare con parole o metafore, e non è neppure un breviario religioso. Non guarda solo all’esterno, come un libro di devozione, e di certo non vuole mescolarsi con tale concetto; parimenti, non è soltanto essere un insieme di testi derivanti dal personale percorso di analisi della proprio percorso; questo esperimento testuale vuole guardare attraverso, ovvero, fornire un veicolo, esprimendo in questo una consonanza col concetto di veicolo proprio della tradizione buddhista. Questo cammino è un percorso testuale offerto ad un lettore che vuole trovare, attraverso la lettura, la ripetizione ad alta voce o labiale, a seconda delle preferenze e delle inclinazioni, alcune tra le varie figure numinose femminili, di deità d’ogni tradizione, che popolano la nostra Anima, forgiando il nostro personale daimon, che è nostro, e personale, in quanto noi ne siamo parte, declinazione, individuazione, e lui è noi via via che noi oltrepassiamo i limiti profani, angusti, in cui la vita profana, ovverosia vissuta al di fuori del nostro spazio sacro, ci ha costretto. Individuarsi per trascendersi, approfondirsi per innalzarsi, e viceversa, e tutto questo entro la dimensione animica, in cui la figura della Mater Magna, di Zoe, la Vita non individuata, la Natura Naturans, insuffla nella nostra limitata porzione di respiro l’ascesa al cielo dell’onda ed il suo schiantarsi tremendo, il suo generare e divorare. Questo è un lavoro interiore che viene compiuto entro la propria Ombra, a tutt’oggi così assottigliata e corta nel mezzogiorno d’una razionalità irragionevole, avvelenata dal meccanismo della produzione e del consumo, castrata dei suoi istinti più vitali, alienata dal senso della terra, così lasciata a se stessa, libera di tornare, torta e compressa, e quindi carica d’ogni potenziale distruttivo, quando l’eclisse d’ogni legame numinoso con se stessi lascia il posto allo scatenarsi della violenza cieca ed irrazionale....

Un lampo nel cielo Un lampo nel cielo, rosso fondo d’una nube, lo specchietto d’una macchina che riflette il tuo sguardo sperso nel parcheggio, una cartolina sbucata da un libro perso nel fondo d’un cassetto, dove firme e saluti di chi, ti chiedi, e non sai, sono il retro d’un panorama ormai mangiato da cemento ed assessori, nient’altro, alla fine, di noi, e dei nostri istanti, e questo, mentre le tremule colonne che tengono in piedi il teatro, le corde che reggono il sipario della scena che si mostra, ora lacero, ora in gran spolvero, magari rattoppato da mani sapienti ( e tutto sommato non ha importanza) permettono alla recita, a volte farsa, a volte tragedia, d’essere, di adempiere al copione, senza neppur aver noi contezza che, nel buio della sala, qualche spettatore sia intento a guardare.

Un lampo

Un lampo nel cielo,

rosso fondo d’una nube,

lo specchietto d’una macchina

che riflette il tuo sguardo sperso nel parcheggio,

una cartolina sbucata

da un libro perso

nel fondo d’un cassetto,

dove firme e saluti

di chi, ti chiedi, e non sai,

sono il retro d’un panorama

ormai mangiato da cemento ed assessori,

nient’altro, alla fine, di noi,

e dei nostri istanti,

e questo, mentre le tremule colonne

che tengono in piedi il teatro,

le corde che reggono il sipario

della scena che si mostra,

ora lacero, ora in gran spolvero,

magari rattoppato da mani sapienti

( e tutto sommato non ha importanza)

permettono alla recita,

a volte farsa,

a volte tragedia,

d’essere, di adempiere al copione,

senza neppur aver noi contezza che,

nel buio della sala,

qualche spettatore non dorma,

e sia intento a guardare.

Del Saltatore. Brano tratto da Cosmo e Testo.

Del saltatore

Pensando a colui che si pone alla ricerca del senso delle cose, anche solo di una verità meno colloquiale e banale, come pure di un approfondimento circa l’esperienza della nostra finitudine, del dolore, o del perché delle emozioni, di cosa sia la gioia, della ragione e del perché di quel senso d’infinito che ci avvolge quando finalmente amiamo, quando riusciamo a renderci conto, per un istante, di essere lì, presenti, bastevoli, perfetti, sferici, circolari, finiti, ovverosia completi, in quel momento, con quella persona, o in quella situazione, quando cioè riusciamo a godere di questo e, al contempo, di accettarne l’inevitabile compimento del proprio fato, il disparire, lo svanire, lo scivolare via, il morire, quando mi soffermo a considerare il cammino, o viaggio, o errabondare, di un insoddisfatto a cui non bastano le vecchie, o nuove, spiegazioni vendute, serializzate, donate, concesse, rivelate da altri, l’immagine che più sintetizza quanto sarà l’esperienza di questo ente in ricerca, o semplicemente in fuga dal mondo e dal linguaggio vetusto, piccolo e stretto per le sue necessità, è quella del saltatore sul tappeto elastico. Poniamo una persona che voglia visitare un palazzo quadrangolare, un edificio di diversi piani, piani tra di loro non comunicanti attraverso alcunché, né scale, né ascensore, né botole, né corde o qualsivoglia altro artifizio, mezzo o soluzione, e che per raggiungere ogni piano non avrà altro mezzo se non un tappeto elastico. Poniamo che questo palazzo sia costruito con un cortile all’interno ove ogni piano s’affaccia, delimitato da una ringhiera. Poniamo che per visitare questo palazzo, quindi vedere all’interno dei singoli piani gli appartamenti, ed al loro interno l’arredo, gli abitanti, i colori delle mura, le tappezzerie, la biblioteca, insomma, ogni elemento di quel piano, non abbia a disposizione una mappa, una piantina, una qualsiasi informazione che gli dica qualcosa in merito alla disposizione delle stanze, al loro utilizzo ed alla loro occupazione da parte di abitatori, od ospiti ivi presenti; poniamo che per saperne qualcosa vi siano due possibilità in merito a come e dove compiere i balzi, la prima, rimanendo fuori dall’edificio, poiché la porta è chiusa e non se ne ha le chiavi, ma è dotato di finestre trasparenti ma chiuse, ponendo il tappeto perpendicolare ad ogni singola finestra, e quindi saltando sino ad intravedere quanto dentro quella stanza di quell’appartamento, poi, fattasi un’idea più o meno precisa, aumentare lo sforzo e l’impegno e passare alla stanza del secondo, quindi del terzo e via via oltre, e, arrivato all’ultima finestra, spostare il tappeto e riprendere la stessa azione per la fila a fianco, non potendosi certamente creare un’idea precisa dei vari appartamenti, ma solo delle stanze con finestra e, finiti gli zompi, mettendo assieme i ricordi piano per piano, cercando quindi di ricreare ex postea, dai ricordi necessariamente frammentati, l’immagine delle singole stanze e degli ambienti che costituiscono i vari piani. La seconda possibilità sarà quella di fare irruzione forzando la serratura del portone centrale, porsi all’interno del cortile, vicino ad uno dei lati, a quello la cui disposizione pone il saltatore in situazione di migliore impresa, quindi, iniziati i salti, e raggiunto il primo piano, vagare per i corridoi, gli ambienti, le salette, considerare lo stato dell’edificio, e quindi, avendo curiosità di visitare gli interni, e non avendone né chiavi per aprir le porte, né rispondendo alcuno positivamente alle sue richieste di ospitalità, forzare la porta e quindi entrar dentro e compiere la propria visita, potendo quindi farsi una chiara idea d’ogni singolo appartamento; finito il piano, superate le resistenze, le reazioni, i dinieghi, i silenzi, le sospette disponibilità e fraternità dei legittimi abitatori, o degli occupanti abusivi, o degli ospiti che avrà incontrato, il nostro saltatore tornerà al limitare del piano, si tufferà di sotto e con più vigore dovrà saltare per raggiungere il secondo piano, ivi atterrare e muoversi come fatto precedentemente, e così facendo, al termine d’ogni visita, dovrà gettarsi nuovamente sul tappeto. Quale la differenza tra la prima e la seconda esperienza? Nella prima, compiendo i salti all’esterno dell’edificio, e potendo solo scorgere gli interni delle stanze munite di finestre, ed eventualmente scorci di altre stanze comunicanti, senza nessun odore, suono, dialogo che all’interno vi fosse, percepire, l’idea circa le stanze del piano, e quanto in esse, ed in esso accade, rimarrebbe quantomeno frammentata, povera, limitata, aggravandosi la situazione dovendo limitarsi comunque alla prospezione dei soli ambienti esposti, senza prendere in considerazione i corridoi, gli ambienti comuni, né, tanto meno, avendo la possibilità di dialogare coi presenti, cogliere dagli aromi della loro quotidianità, ad esempio, abitudini alimentari o igieniche; alla fine dell’esperienza, il saltatore avrà avuto una conoscenza esterna e superficiale di quel posto, e di esso potrà farsi un concetto equiparando quanto visto con altri ambienti conosciuti, per cui, di un elemento di cui non avrà avuta chiara visione, per l’intensità dello sforzo, o per la brevità della circostanza, egli trarrà quanto già lui sa degli ambienti architettonici o del comportamento che si è usi mantenere in un ambiente chiuso, in un appartamento. Di coloro che fossero all’interno del vano, egli saprebbe forse il numero degli occupanti di una stanza, ma non avrebbe ben chiaro quanti dell’appartamento, se qualcuno si fosse spostato da ambiente ad ambiente, e, se qualcuno di questi abitatori, ospiti, permanenti od abusivi, avesse avuto desiderio di mostrare di se stesso qualcosa, o di comunicare, comunque il saltatore avrebbe dovuto accogliere quanto si mostra, con beneficio d’inventario se sospettoso, dando fiducia se speranzoso, accettando la veridicità di quanto intravisto basandosi sull’esperienza comune, passata, circa i possibili scenari che usualmente si trovano in un appartamento. Questa è la via del pensiero concettuale. Il secondo caso è la via dell’irruzione all’interno d’un sistema altrimenti chiuso e refrattario ad ogni visita esterna, ad ogni curiosità. Il saltatore avrebbe dovuto oltrepassare, forzandola, la soglia che porta al basamento comune, al piano terra, lì scegliere il lato più congeniale, raggiungere il piano, vagare negli spazi comuni, farsi aprire o sfondare le porte, quindi entrare ed attendere che, all’interno d’ogni appartamento e stanza, coloro che vi abitano, stanno o soffermano interagiscano con lui, vedendo dei luoghi i colori, annusando dei luoghi e delle presenze gli aromi, udendo le voci, i canti ed i suoni, ed anche i rumori come gli stridii, ascoltandone i discorsi e rispondendo alle domande. Compiuta la visita del piano, il saltatore dovrà abbandonare quel livello, tuffarsi e raggiungere nuovamente il tappeto, riprendere slancio, continuare a saltare per raggiungere gli altri livelli, ed in questo sforzo avrà la possibilità, mentre di volta in volta aumenterà la portata del salto, di osservare come gli abitatori interagiscono tra loro e con gli spazi comuni e, persino, ove accadesse, osservare ed ascoltare gli abitatori dei diversi piani intenti a comunicare e parlare con quelli degli altri piani, chi sporgendosi, per comunicare con chi fosse sopra e perpendicolare, chi riferendosi ai dirimpettai a portata di vista e di parola; in sostanza, l’esperienza del secondo caso sarebbe infinitamente più interessante, enormemente ricca di informazioni, pericolosa, poiché esporrebbe alle azioni ed alle reazioni degli abitatori, ma sarebbe una vera esperienza. Un vedere, udire, ascoltare, percepire, intendere, sicuramente anche un interpretare, ma quest’ultima evenienza sarebbe minoritaria in rapporto alla sua totalità. Questa seconda possibilità è l’esperienza del viaggio interiore epoptico, ove, non paghi del limite posto alla nostra indagine, non convinti che osservare, e ricondurre al conosciuto, sia una via da percorrere per conoscere il castello interiore, la landa sospesa, la terra di mezzo, chiamiamola come vogliamo, anche Ade, Inferno, linguaggio o inconscio collettivo, ci si determina per forzare la porta, cioè i limiti posti dal common sense, dalla cultura, dalle sovrastrutture personali e della tribù d’appartenenza, e quindi si rischia il tutto per tutto, ovverosia si lascia il conosciuto e ci si catapulta all’interno dell’edificio, calpestando corridoi e sale dedicate allo svago ed al passatempo comune, e chiedendo a viva voce di entrare per ogni porta, e con ogni essere presente fare parola ed intenderne. Tale è l’incontro con gli archetipi, o con i numi archetipici, come io preferisco chiamarli, con l’architettura interna, le musiche, i suoni, i simboli, le lingue parlate, che il viaggio interiore può compiere in ragione della prospettiva epoptica. Viaggio dedaleo, non confortato da pre-comprensioni se non l’orientamento erme(neu)tico che terrà ferma la barra dello scopo e dell’orizzonte: l’incontro con gli abitatori e con i loro significati/significanti. Fortunato chi, esaminando ogni singolo piano, non prestando totale fiducia alle parole di chi gli avesse suggerito, prima di compiere l’impresa, l’impossibilità del passaggio da piano a piano, si fosse messo nella determinazione di prendersi il proprio tempo e di soffermarsi a parlare con le figure eminenti, chiedendo a loro, e reiterando la richiesta, quale fosse la via segreta, il passaggio nascosto, o semplicemente inusuale, inaspettato, magari visibile a tutti, ma concettualmente rimandante ad altro rispetto all’idea di passaggio, di soglia, di mezzo, per passare da piano a piano. Felici coloro che, in risposta, avessero ricevuto l’invito di chiudere gli occhi, e di riaprirli poco dopo, scoprendosi passati al piano superiore. Affinché questo accada, ci si deve affidare alle scale musicali, ed ai canti germinali che i numi, tra loro, in ascolto, fanno vibrare. “ Le sette dimore dell’uomo risuonano di sette diversi tintinnii di sette diversi metalli. Nessuno li conosce, neppure la forza che schiaccia la terra contro il cielo. Ogni tintinnio è silente, ed è un abitatore. Nessuno e nulla esisterebbe senza quella vibrazione, quella frequenza, ed i sette metalli sono quella frequenza. A ben considerare, i metalli sono solo l’estrinsecarsi visibile di abitatori altrimenti invisibili, ma, come ben si seppe sin dai tempi dei fuochi dalle stelle, noi esistiamo se siam percepiti, pensati o sognati, e noi pensiamo, percepiamo e sogniamo sempre qualcosa. A ben considerare, tutto è già nello stesso istante, e non potrebbe esser diversamente. Come nella luce i colori. Semplicemente, per parlare, dobbiamo operare distinzione. Per questo non siamo noi i silenti abitatori, per questo siamo sotto il duro regime di Chronos, o almeno, così percepiamo, pensiamo, sogniamo. I silenti abitatori sono il tintinnio del sistro ed il rullare dei cembali che scuotono il torpore del sonno invernale con cui Chronos, antico, copre di gelo il mondo. Solo dipanando il percorso entro le dimore, spiando le istoriazioni ed i dipinti, figgendo nella carne l’aprirsi impalpabile del vuoto delle stanze, incontreremo infine, nel silenzio, la musica, composta dai sette abitatori silenti, tra di loro in ascolto. “ Walter Salamano, Dei Silenti Abitatori, op.cit.

Promozione download gratuito su Amazon 4 e 5 settembre.

Ogni salto è una slancio di solidità...una pietra che, per non ricadere, si aggancia alla terra ed al suo senso, nicianamente inteso...

Estratto da: Cosmo e Testo. Scrivere col kykeon. Un brano metaforico circa l'approccio interno alle cose...

Del saltatore

Pensando a colui che si pone alla ricerca del senso delle cose, anche solo di una verità meno colloquiale e banale, come pure di un approfondimento circa l’esperienza della nostra finitudine, del dolore, o del perché delle emozioni, di cosa sia la gioia, della ragione e del perché di quel senso d’infinito che ci avvolge quando finalmente amiamo, quando riusciamo a renderci conto, per un istante, di essere lì, presenti, bastevoli, perfetti, sferici, circolari, finiti, ovverosia completi, in quel momento, con quella persona, o in quella situazione, quando cioè riusciamo a godere di questo e, al contempo, di accettarne l’inevitabile compimento del proprio fato, il disparire, lo svanire, lo scivolare via, il morire, quando mi soffermo a considerare il cammino, o viaggio, o errabondare, di un insoddisfatto a cui non bastano le vecchie, o nuove, spiegazioni vendute, serializzate, donate, concesse, rivelate da altri, l’immagine che più sintetizza quanto sarà l’esperienza di questo ente in ricerca, o semplicemente in fuga dal mondo e dal linguaggio vetusto, piccolo e stretto per le sue necessità, è quella del saltatore sul tappeto elastico. Poniamo una persona che voglia visitare un palazzo quadrangolare, un edificio di diversi piani, piani tra di loro non comunicanti attraverso alcunché, né scale, né ascensore, né botole, né corde o qualsivoglia altro artifizio, mezzo o soluzione, e che per raggiungere ogni piano non avrà altro mezzo se non un tappeto elastico. Poniamo che questo palazzo sia costruito con un cortile all’interno ove ogni piano s’affaccia, delimitato da una ringhiera. Poniamo che per visitare questo palazzo, quindi vedere all’interno dei singoli piani gli appartamenti, ed al loro interno l’arredo, gli abitanti, i colori delle mura, le tappezzerie, la biblioteca, insomma, ogni elemento di quel piano, non abbia a disposizione una mappa, una piantina, una qualsiasi informazione che gli dica qualcosa in merito alla disposizione delle stanze, al loro utilizzo ed alla loro occupazione da parte di abitatori, od ospiti ivi presenti; poniamo che per saperne qualcosa vi siano due possibilità in merito a come e dove compiere i balzi, la prima, rimanendo fuori dall’edificio, poiché la porta è chiusa e non se ne ha le chiavi, ma è dotato di finestre trasparenti ma chiuse, ponendo il tappeto perpendicolare ad ogni singola finestra, e quindi saltando sino ad intravedere quanto dentro quella stanza di quell’appartamento, poi, fattasi un’idea più o meno precisa, aumentare lo sforzo e l’impegno e passare alla stanza del secondo, quindi del terzo e via via oltre, e, arrivato all’ultima finestra, spostare il tappeto e riprendere la stessa azione per la fila a fianco, non potendosi certamente creare un’idea precisa dei vari appartamenti, ma solo delle stanze con finestra e, finiti gli zompi, mettendo assieme i ricordi piano per piano, cercando quindi di ricreare ex postea, dai ricordi necessariamente frammentati, l’immagine delle singole stanze e degli ambienti che costituiscono i vari piani. La seconda possibilità sarà quella di fare irruzione forzando la serratura del portone centrale, porsi all’interno del cortile, vicino ad uno dei lati, a quello la cui disposizione pone il saltatore in situazione di migliore impresa, quindi, iniziati i salti, e raggiunto il primo piano, vagare per i corridoi, gli ambienti, le salette, considerare lo stato dell’edificio, e quindi, avendo curiosità di visitare gli interni, e non avendone né chiavi per aprir le porte, né rispondendo alcuno positivamente alle sue richieste di ospitalità, forzare la porta e quindi entrar dentro e compiere la propria visita, potendo quindi farsi una chiara idea d’ogni singolo appartamento; finito il piano, superate le resistenze, le reazioni, i dinieghi, i silenzi, le sospette disponibilità e fraternità dei legittimi abitatori, o degli occupanti abusivi, o degli ospiti che avrà incontrato, il nostro saltatore tornerà al limitare del piano, si tufferà di sotto e con più vigore dovrà saltare per raggiungere il secondo piano, ivi atterrare e muoversi come fatto precedentemente, e così facendo, al termine d’ogni visita, dovrà gettarsi nuovamente sul tappeto. Quale la differenza tra la prima e la seconda esperienza? Nella prima, compiendo i salti all’esterno dell’edificio, e potendo solo scorgere gli interni delle stanze munite di finestre, ed eventualmente scorci di altre stanze comunicanti, senza nessun odore, suono, dialogo che all’interno vi fosse, percepire, l’idea circa le stanze del piano, e quanto in esse, ed in esso accade, rimarrebbe quantomeno frammentata, povera, limitata, aggravandosi la situazione dovendo limitarsi comunque alla prospezione dei soli ambienti esposti, senza prendere in considerazione i corridoi, gli ambienti comuni, né, tanto meno, avendo la possibilità di dialogare coi presenti, cogliere dagli aromi della loro quotidianità, ad esempio, abitudini alimentari o igieniche; alla fine dell’esperienza, il saltatore avrà avuto una conoscenza esterna e superficiale di quel posto, e di esso potrà farsi un concetto equiparando quanto visto con altri ambienti conosciuti, per cui, di un elemento di cui non avrà avuta chiara visione, per l’intensità dello sforzo, o per la brevità della circostanza, egli trarrà quanto già lui sa degli ambienti architettonici o del comportamento che si è usi mantenere in un ambiente chiuso, in un appartamento. Di coloro che fossero all’interno del vano, egli saprebbe forse il numero degli occupanti di una stanza, ma non avrebbe ben chiaro quanti dell’appartamento, se qualcuno si fosse spostato da ambiente ad ambiente, e, se qualcuno di questi abitatori, ospiti, permanenti od abusivi, avesse avuto desiderio di mostrare di se stesso qualcosa, o di comunicare, comunque il saltatore avrebbe dovuto accogliere quanto si mostra, con beneficio d’inventario se sospettoso, dando fiducia se speranzoso, accettando la veridicità di quanto intravisto basandosi sull’esperienza comune, passata, circa i possibili scenari che usualmente si trovano in un appartamento. Questa è la via del pensiero concettuale. Il secondo caso è la via dell’irruzione all’interno d’un sistema altrimenti chiuso e refrattario ad ogni visita esterna, ad ogni curiosità. Il saltatore avrebbe dovuto oltrepassare, forzandola, la soglia che porta al basamento comune, al piano terra, lì scegliere il lato più congeniale, raggiungere il piano, vagare negli spazi comuni, farsi aprire o sfondare le porte, quindi entrare ed attendere che, all’interno d’ogni appartamento e stanza, coloro che vi abitano, stanno o soffermano interagiscano con lui, vedendo dei luoghi i colori, annusando dei luoghi e delle presenze gli aromi, udendo le voci, i canti ed i suoni, ed anche i rumori come gli stridii, ascoltandone i discorsi e rispondendo alle domande. Compiuta la visita del piano, il saltatore dovrà abbandonare quel livello, tuffarsi e raggiungere nuovamente il tappeto, riprendere slancio, continuare a saltare per raggiungere gli altri livelli, ed in questo sforzo avrà la possibilità, mentre di volta in volta aumenterà la portata del salto, di osservare come gli abitatori interagiscono tra loro e con gli spazi comuni e, persino, ove accadesse, osservare ed ascoltare gli abitatori dei diversi piani intenti a comunicare e parlare con quelli degli altri piani, chi sporgendosi, per comunicare con chi fosse sopra e perpendicolare, chi riferendosi ai dirimpettai a portata di vista e di parola; in sostanza, l’esperienza del secondo caso sarebbe infinitamente più interessante, enormemente ricca di informazioni, pericolosa, poiché esporrebbe alle azioni ed alle reazioni degli abitatori, ma sarebbe una vera esperienza. Un vedere, udire, ascoltare, percepire, intendere, sicuramente anche un interpretare, ma quest’ultima evenienza sarebbe minoritaria in rapporto alla sua totalità. Questa seconda possibilità è l’esperienza del viaggio interiore epoptico, ove, non paghi del limite posto alla nostra indagine, non convinti che osservare, e ricondurre al conosciuto, sia una via da percorrere per conoscere il castello interiore, la landa sospesa, la terra di mezzo, chiamiamola come vogliamo, anche Ade, Inferno, linguaggio o inconscio collettivo, ci si determina per forzare la porta, cioè i limiti posti dal common sense, dalla cultura, dalle sovrastrutture personali e della tribù d’appartenenza, e quindi si rischia il tutto per tutto, ovverosia si lascia il conosciuto e ci si catapulta all’interno dell’edificio, calpestando corridoi e sale dedicate allo svago ed al passatempo comune, e chiedendo a viva voce di entrare per ogni porta, e con ogni essere presente fare parola ed intenderne. Tale è l’incontro con gli archetipi, o con i numi archetipici, come io preferisco chiamarli, con l’architettura interna, le musiche, i suoni, i simboli, le lingue parlate, che il viaggio interiore può compiere in ragione della prospettiva epoptica. Viaggio dedaleo, non confortato da pre-comprensioni se non l’orientamento erme(neu)tico che terrà ferma la barra dello scopo e dell’orizzonte: l’incontro con gli abitatori e con i loro significati/significanti. Fortunato chi, esaminando ogni singolo piano, non prestando totale fiducia alle parole di chi gli avesse suggerito, prima di compiere l’impresa, l’impossibilità del passaggio da piano a piano, si fosse messo nella determinazione di prendersi il proprio tempo e di soffermarsi a parlare con le figure eminenti, chiedendo a loro, e reiterando la richiesta, quale fosse la via segreta, il passaggio nascosto, o semplicemente inusuale, inaspettato, magari visibile a tutti, ma concettualmente rimandante ad altro rispetto all’idea di passaggio, di soglia, di mezzo, per passare da piano a piano. Felici coloro che, in risposta, avessero ricevuto l’invito di chiudere gli occhi, e di riaprirli poco dopo, scoprendosi passati al piano superiore. Affinché questo accada, ci si deve affidare alle scale musicali, ed ai canti germinali che i numi, tra loro, in ascolto, fanno vibrare. “ Le sette dimore dell’uomo risuonano di sette diversi tintinnii di sette diversi metalli. Nessuno li conosce, neppure la forza che schiaccia la terra contro il cielo. Ogni tintinnio è silente, ed è un abitatore. Nessuno e nulla esisterebbe senza quella vibrazione, quella frequenza, ed i sette metalli sono quella frequenza. A ben considerare, i metalli sono solo l’estrinsecarsi visibile di abitatori altrimenti invisibili, ma, come ben si seppe sin dai tempi dei fuochi dalle stelle, noi esistiamo se siam percepiti, pensati o sognati, e noi pensiamo, percepiamo e sogniamo sempre qualcosa. A ben considerare, tutto è già nello stesso istante, e non potrebbe esser diversamente. Come nella luce i colori. Semplicemente, per parlare, dobbiamo operare distinzione. Per questo non siamo noi i silenti abitatori, per questo siamo sotto il duro regime di Chronos, o almeno, così percepiamo, pensiamo, sogniamo. I silenti abitatori sono il tintinnio del sistro ed il rullare dei cembali che scuotono il torpore del sonno invernale con cui Chronos, antico, copre di gelo il mondo. Solo dipanando il percorso entro le dimore, spiando le istoriazioni ed i dipinti, figgendo nella carne l’aprirsi impalpabile del vuoto delle stanze, incontreremo infine, nel silenzio, la musica, composta dai sette abitatori silenti, tra di loro in ascolto. “

Walter Salamano, Dei Silenti Abitatori, op.cit.

Download gratis il giorno 27 e 28 agosto della silloge di cui campeggia sopra la copertina. Spero che chi ami leggere poesie, o sia solo curioso, approfitti di questa promozione

Sulla writers community ilmiolibro kataweb, nuove edizioni dei miei testi. Per un mese, in promozione download gratuito, La silloge Scritte per strada...., a 1.99 il testo Gnosis, prosodie e mitopoiesi. Basta iscriversi gratuitamente al sito e si possono scaricare decine di libri di ogni genere

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/500314/scritte-per-strada-per-binari-e-per-altri-luoghi/

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/storia-e-filosofia/500203/gnosis/

Promozione free download ebook, scaricabile gratis su Amazon, il 20 ed il 21 agosto

In ebook, e tra un paio di giorni anche in versione cartacea, nuova pubblicazione.Dal 21 settembre Countdown deal con prezzo in offerta a partire da 0.99

Promozione ebook su Amazon 20 e 21 agosto

Il 20 ed il 21 agosto, su Amazon, free dowload della silloge di haiku Ombre sull'acqua.

 

Il 17 e 18 Agosto promozione ebook scaricabile gratuitamente.

Best sellers

C'è una notizia buona ed una cattiva, questa mattina, per me...la prima, è che un mio testo è ottavo nella classifica dei best sellers di filosofia, e settimo nella sezione poesia...e ne son felice...la brutta...è nella sezione download unlimited, ovverosia nei testi scaricati gratuitamente...e io che credevo di essere divenuto già ricco...ora guardo nella sezione narrativa...fatto...non sono nei best sellers...beh, comunque sia, ringrazio i miei lettori e dowloaders tutti...

https://www.amazon.it/…/…/digital-text/1345079031/ref=zg_bs…

E' un percorso testuale, filosofico, poetico e mitopoietico, che intende riallacciare all'indagine delle immagini archetipiche del sacro e dell'inconscio collettivo le tematiche filosofiche dell'ellenismo e della tradizione sapienziale neoplatonica e neopitagorica. Un testo postmoderno in cui Sartre, Nietzsche ed Heidegger dialogano con Eraclito, Giamblico e Bruno, ove speculazione, poesia e finzione letteraria plasmano un esperimento di ri-proposizione della filosofia.

I giorni 24 e 25 Luglio, offerta imperdibile! Download gratis dell'ebook Gnosi...andate su Amazon e scaricate gratis...e poi leggetelo!

https://www.amazon.it/dp/B07MG7J3LD I giorni 24 e 25 Luglio in promozione gratis, su Amazon, l'ebook Gnosis. Scaricatelo gratis e leggetevelo tra un eritema solare ed un pallonata sulla spiaggia...vi aiuterà a raggiungere l'atarassia...

Parte il countdown deal su Amazon per l'ebook Dei silenti abitatori.

https://www.amazon.it/dp/B07R8QPVKT

 

A partire dal 25 Luglio, per quattro giorni, offerta di vendita a partire da 0.99 centesimi.

Link per la piattaforma ILMIOLIBRO KATAWEB

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/storia-e-filosofia/500203/gnosis/

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/religione/500322/dei-silenti-abitatori/

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/500314/scritte-per-strada-per-binari-e-per-altri-luoghi/

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/500217/pulpitalia/

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/420509/intermundia/

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/431696/ombre-sullacqua-2/

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/storia-e-filosofia/420504/ermeneutica-del-chaos/

Tra il grano e l'erba/il sole insonne balza/assieme ai grilli./

Posto un racconto pubblicato nella raccolta splattterpunk "PulpItalia"

Bravo ragazzo Riccardo era un uomo votato al sacrificio. Venti anni buttati nel santo dovere di seguire le decisioni paterne, poi il servizio alla patria, lontano da casa, quindi il lavoro e la fedeltà all’azienda. E la sera, in ossequio al gruppo, partecipava alle varie evasioni che il gruppo di amici decideva sul momento. Lui arrivava, bevevo qualcosa al banco del bar, salutava gli amici e quindi aspettava che la proposta partisse, mai cercando di caldeggiare l’una o l’altra proposta, per timore di inimicarsi qualcuno. La sagra delle frittelle come il cinema, la discoteca come la gita in città per cercare puttane, la partita a briscola come l’andare in giro a mettere esche per animali. Tutto gli andava bene, ed anche il contrario di tutto. Come quella volta che aveva partecipato al pestaggio di un nigeriano, quando pestava con gli altri, e poi uno esce fuori dicendo che bastava, e gli altri no no dai, e poi un altro e un altro e un altro che dicono no basta basta e allora anche lui basta basta…per lui era uguale…voglio dire, va bene, dai, l’importante è lo spirito di gruppo, stare assieme, non disperdere la compagnia…solo un bravo ragazzo può preoccuparsi così tanto dell’amicizia da mettere in secondo piano i suoi interessi. Del resto glielo avevano insegnato in casa…quante volte…la brava persona è quella che tu conosci, quello che non ronza in giro per vedere i tuoi affari, la brava gente non cerca un lavoro, ce l’ha per davvero, e se lo tiene stretto, non ha tante pretese…non la vedi in giro di giorno, per le strade a camminare…e nel suo paese abitava davvero tanta brava gente, e tutti i suoi amici avevano per genitori brava gente.Quante volte gli si accapponava la pelle guardando la tv, quando vedeva reportage giornalistici su tutta quella gentaglia che arrivava da fuori, ma non solo fuori dal suo paese, dalla sua regione, addirittura dall’estero…e poi tutti quelli che piangono miseria, i disoccupati…aveva lui da dare tanto di quel lavoro, se solo si fossero presentati i signori disoccupati a sporcarsi le mani…i campi incolti, le rive, andare a raccogliere castagne e legna nei boschi…se li vedeva, i damerini laureati, a spalare letame da sotto il culo delle bestie…e quante liti nel bar, con quei tre o quattro intellettualoidi che cagavano sempre le loro frasi aggiustatutto…il diritto, la globalizzazione…le conquiste del lavoro…come sapeva metterli al muro, magari tirando in ballo qualche fatto privato di uno dei sapientoni, oppure urlando e schiantando qualche pugno sul tavolo…era un toro, Riccardo. Schiatta di contadini e boscaioli, ed anche se faceva il geometra ne aveva tutto il fisico…aveva studiato sino a prendere il diploma, come voleva il padre…con due anni di ritardo…poi era entrato nello studio dell’architetto della città vicina, grazie alle damigiane di vino ed ai salumi che spesso il padre offriva all’architetto, amico di suo cugino. Adesso, amici, lui non può più ridere e scherzare con noi, bere sino alle quattro, sparare a gatti e piccioni, tirare i gavettoni di piscio alle puttane, correndo in macchina davanti a loro. La vita è uno schifo, è una porcata. E’ ingiusta. Muore una brava persona, uno di noi, e nel mondo continuano a nascere e vivere negri e cinesi, una fottuta marea di lercioni che verranno ad invadere e sporcare le nostre zone. Dei genitori con il cuore spezzato, e troie dell’India con dieci o dodici figli a cui non sanno cosa cazzo dare da mangiare. Lui aveva tutto e non può più prendersi niente, e stronzi che non hanno voglia di fare un cazzo nella vita che pretendono di essere curati coi miei soldi, in un ospedale che paghiamo tutti noi con le tasse…anche lui, povero Riccardo…ed a lui cosa è servito pagare le tasse per la sanità per crepare senza nemmeno una cura medica sul posto…là, dove sbarcano curdi ed albanesi, sono subito lì, pronti a curargli anche i brufoli, e lui lì a crepare dissanguato, con un pezzo di ferro nella gamba, nell’erba, negli sterpi, come un cane…come un cane…bene, vi devo dire una cosa, una cosa che vi farà piacere…il padre di Riccardo ha acconsentito nel darmi la tagliola dove suo figlio è rimasto imprigionato, inciampando in un sasso non appena posta in cattura…ma perché poi metterla là, non gli bastavano i soliti posti…quel buco sperduto e lontano da sentieri e casolari…chi lo sapeva…deve aver fatto una fine orribile…la farò fondere, e con quel metallo ci faremo una targa in suo ricordo…la metteremo nel bar, Gianni è d’accordo…ora basta piangere il nostro amico…finiamoci le bottiglie, ed usciamo dal bar per andare in giro e fare le cose che lui avrebbe fatto…come dici? Lui faceva sempre quello che decidevamo noi…ahahah, è vero…che gran bravo coglione che era il nostro amico!

link pdf Così parlò Zarathustra...per un'estate "centomila piedi al di là del bene e del male"

https://www.liberliber.it/mediateca/libri/n/nietzsche/cosi_parlo_zarathustra/pdf/nietzsche_cosi_parlo.pdf

 

Apocrifo delle Terribili e del loro figlio Eros, il festante senza tempo. Il seme protende il suo viso verso il sole, nella sempre sorridente attesa dell’alba e del tramonto. Scomparire tutti si deve, tra le zolle inerpicate sopra massi galleggianti sul magma, o tra gli infiniti squarci tra le ere che le Moire tessono, come ornamento elegante delle loro vesti, quando richiamano gli dei al loro banchetto, richiedendo alle loro labbra il racconto delle loro sempre nuove vite, e corse, ed amori. Là i mortali immortali, quando schiudono per un istante le palpebre di Eros, colmo del latte poppato dalle rosee mammelle curve di tenebre, raccolgono l’eterno rinnovarsi delle messi, ora canto di sassi e di dune, ora arpeggio di vento e di ali, ora schiudersi splendido d’un corpo. Altri, sulle ali di farfalla, librano oltre il pensiero le forme del tempo e dello spazio, liquidi suggelli per labbra balbettanti, segretamente recandosi al fianco delle Moire per sussurrare alle Terribili Madri, d’ogni fili tessitrici, d’aver scorto il bandolo, letto la trama e l’ordito, odorato le essenze dei colori, e carpito il segreto, chiuso ad ogni sguardo sospeso al loro filo, come ragno attonito mai satollo di farfalle, in ultimo, cadavere al centro al proprio filo. Poi, tacendo come un seme tace il proprio inverno all’interno della terra, essi, da se stessi benedetti, le redini delle aurighe degli immortali cinte ai fianchi per il loro vagabondare, vivono attendo al proprio lavoro, come vena di metallo nella terra, a loro sorella ed amante, e del proprio cangiamento stendono foglie al sole, e segrete radici all’acqua, accarezzate dal vento che da ogni landa trascina il respiro dei viventi, morbide le umide radici scaldate dal dorso infuocato del cuore terrigno, tornando, di tempo in tempo, nelle lande ove le ossa scheggiate d’ogni respiro vibrano, calcinate, arse, scricchiolanti al nuovo peso del vecchio passo, l’incedere fatale che le Segrete e Terribili, mormorando lo stupore udito all’orecchio durante il banchetto con gli Immortali, nuovamente muovono tendendo il filo, le forbici affilate sulle ossa distese all’arsura, del proprio giro d’arcolaio.

Un dei testi formativi della mia gioventù. Una lettura iniziata per preparazione ad un esame universitario e che ha posto una pietra d'angolo nel mio personale edificio.

Ne posto l'indirizzo elettronico di un suo pdf. Su tablet o stampato, potrà accompagnare i languori dell'afa e, montalianamente, guidare il nostro cuore verso "il prodigio che schiude la divina indifferenza". Buona lettura.

https://www.liberliber.it/mediateca/libri/s/schopenhauer/il_mondo_come_volonta_e_rappresentazione_2/pdf/schopenhauer_il_mondo_come_volonta_e_rappresentazione_2.pdf

Lo stare-per-svanire è la cifra dell'esistenza, un gioco degli dei lungo quel dedalo di timori ed aneliti che è l'esistenza.

Riporto il prologo alla raccolta di prosodie e mitopoiesi filosofiche "Gnosis" in quanto è nostra convinzione che la filosofia, la narrativa e la poesia debbano travalicare i loro generi ormai cristallizzati e compiere nuovi tentativi di testo, oltre l'accademia e la settorializzazione. Bisogna creare un nuovo testo affinchè il Cosmo parli, ed il silenzio delle cose e delle forze generative sia lo schiudersi del labbro nella sorpresa dell'intuizione mitopoietica, ucronica, paradossale ed eretica.

 

Questo libro è un testo per molti versi di frontiera, scavalcando esso intenzionalmente i recinti linguistici e di genere che dividono creatività e sapere. Affidando la filosofia al verso, l’intuizione al simbolo, i testi in prosa e le poesie si intrecciano nel cercare di creare un percorso testuale, mitopoietico ed argomentativo originale e, nelle sue intenzioni, forte. L’aver affidato ad artifici letterari alcuni snodi, come le parole di Diadoco Antimonio o la rivelazione di apocrifi gnostici, non vuole sminuire la portata del pensiero che si addensa tra e oltre le parole, anzi, questo è stato un mezzo per poter esprimere il rammarico che la Roma non ancora augustea, e non più cesariana, non si sia fusa con una Alessandria tolemaica, greca, caldaica ed egizia al contempo. Quel punto nodale della storia, se fosse stato varcato in altra direzione, avrebbe probabilmente portato della nascita di una civiltà radicalmente diversa, forse migliore. Il nascente cristianesimo, il multiforme gnosticismo, il neoplatonismo ed il neopitagorismo, in dialogo con la sapienza misterica greca ed egizia, ed anche con la letteratura di Veda e Vedanta, avrebbero potuto scoprire, e creare come ethos, una gnosi comune ove un futuro diverso sarebbe stato ora il nostro passato, forse senza guerre di religione, oppressione e mattanze. E’ una utopia, pensata ed immaginata entro un universo ucronico di cui possiamo parlare solo per finzione letteraria. Una finzione, per l’appunto, ma la finzione non si contrappone al vero. Non necessariamente, perlomeno. E’ un possibile del vero, ed è possibile intenderla come realizzata, in qualche porzione del multiversum a noi adiacente, o chissà, lontanissimo ed irraggiungibile. Sicuramente lo potremmo scoprire affidando intelletto e spirito vitale alla potenza della phantasia, come avrebbe potuto compiere il Bruno, ed affidare la nostra ricerca al numinoso che continuamente si dischiude tra le labbra di Chaos generatore. Cos’è questo testo, allora? Un libro di filosofia, una mitopoiesi, una raccolta di poesie e prose, un testo di alchimia spirituale...ogni aspetto citato è, preso per il tutto, falso, considerato nella sua parzialità, plausibile. Sono scritti erme(neu)tico poietici, appunti, immagini, poesie scritte da un lontano, umile diadoco della scuola di Alessandria e di Pergamo, durante le meditazioni, le chiose e le letture di alcuni tra i grandi del pensiero e dell’arte. In questo testo vi sono molte citazioni e brani di autori, con cui sono entrato in dialogo, in sinergia, in rapporto eme(neu)tico-poietico. Ringrazio con profondo senso di rispetto ognuno di loro. La grandezza di questi uomini non sia di severo confronto nei riguardi dello scrivente, il quale ha osato arrampicarsi sulle spalle di giganti non per protervia, ma per desiderio di vedere oltre, di attingere a quei pelaghi di conoscenza e bellezza che, a tratti, attraverso i versi di Yeats, Dante o Blake, od il pensiero di Eraclito o Nietzsche, anche l’uomo privo di qualità può scorgere nel loro brillare aurorale.

Rocce e oceano/scaglian tra le nuvole/i miei respiri.

Malefit Ltd- racconto tratto da PulpItalia

La giornata era stata un tuffo nel sudore e nella sporcizia. Correndo sopra strade catramose e puzzolenti di carne bruciata, napalm e pneumatici fusi, il Plotone si era avvicinato alle linee difensive nemiche, mentre le baionette affondavano nelle gole e nei ventri degli agonizzanti ancora in vita nel reticolo di strade attaccate dai bombardieri. Qualcuno, ancora in vita nonostante le terribili ferite causate dalle conflagrazioni e dal napalm, aveva cercato di vendere cara la pelle, scaricando i caricatori delle automatiche sul Plotone che avanzava in campo aperto, determinato a raggiungere nel più breve tempo possibile il target. Si erano quindi contati tre morti ed otto feriti tra le file dei Rangers, un nonnulla, date le circostanze. Si stava combattendo la battaglia finale, il redde rationem dei due eserciti, e, per sua fortuna, il Plotone aveva potuto contare sul supporto aereo, nonostante le schermature e i sistemi di hackeraggio che, vicendevolmente, avevano quasi reso impossibile l’alzarsi in volo di droni e Stent. Negli hangar, saggiamente, gli Alti Comandi avevano mantenuto in efficienza un discreto numero di vecchi cacciabombardieri del secolo precedente, tutta roba risalente alla seconda guerra mondiale. Molti piloti erano stati addestrati al volo strumentale ed a colpire obiettivi con discreta precisione, senza ausilio di puntatori elettronici. La sorpresa era calata dall’alto come un condor su cadaveri verminanti, ed era esplosa sulla periferia della cittadella nemica, bruciando edifici e veicoli, casematte e carri armati, fondendo nell’asfalto corpi umani e munizioni. Ora il Plotone aveva varcato quella palude bitumosa di morte. Bisognava scendere nel labirinto, e lì stanare il nemico ad uno ad uno, come ai vecchi tempi. Bombe a mano, quando la conformazione del luogo lo permetteva, microuzi e pistola per le distanze medie, pala e baionetta per il corpo a corpo. Il trapper del Plotone, un bravo ragazzo con cui tutti andavano d’accordo, fatta eccezione per quel fottuto asociale del lanciafiammista- ma del resto era storia, chi andava d’accordo con uno pronto ad arrostire vivo un proprio simile?- aveva individuato un punto d’accesso, ma la sua abitudine a masticare foglie di coca lo aveva fregato sul più bello. Una mioclonia improvvisa, di quelle che ti prendono dopo giorni d’insonnia e di combattimenti, soprattutto se sei abituato ad avere la guancia destra gonfia di chat, o di Bolivian leaves, gli aveva fatto stendere la sinistra in maniera incontrollata, facendo incappare il suo stivale in una mina antiuomo. A me era toccata in sorte un pezzo della sua teca cranica, spiaccicata sul mio braccio sinistro, con tanto di materia grigia sanguinolenta, nervo ottico e globo oculare, piuttosto rovinato, in verità. Non mi ero scomposto più di tanto, era normale, per uno del Plotone, raccogliere i propri amici a pezzi. Il Plotone era l’elite dell’esercito, e nessuno di noi, per quanto legato da rapporti d’amicizia o simpatia, avrebbe smesso per un solo momento di puntare all’obiettivo, anche se, ai suoi piedi, un fratello di sangue aveva iniziato a srotolare l’intestino ululando di dolore. Ci avrebbero pensato i medici. Tutto qua. Entrammo nel cunicolo, dopo qualche bomba a mano per saluto, quasi come convenevole. I primi reticoli del labirinto furono piuttosto facili. Qualche mina facilmente individuabile e neutralizzabile, un paio di cecchini che sfoltirono le file dei novizi, i primi ad avanzare, per farsi le ossa, quindi un lanciafiamme ad innesco remoto. Ci strinarono per bene, ma molti di noi fecero in tempo a tirar fuori lo scudo tensioattivo antifiamme, e passammo indenni. Dovetti abbattere il mio compagno di buca nella battaglia dei giorni prima, perché le sue ferite erano enormi, devastanti, ma i medici non potevano farci nulla. Lo salutai con una lacrima, subito evaporata per l’intenso calore della zona, portata ad una temperatura che aveva reso l’aria quasi irrespirabile. I gas arrivarono all’improvviso, ma eravamo tutti preparati, o quasi. Solo pochi di noi, distratti dalle onde di adrenalina che le pastiglie di Symbidort, distribuito a man bassa dagli Alti Comandi alle truppe di prima linea, ti facevano sbattere sulla battigia della tua attenzione. Ti rendevano resistente, coraggioso, quasi un bersekir, ma lo scotto da pagare, in termini di attenzione e precisione era troppo alto, e non era un caso che noi veterani non ne facessimo uso se non per affrontare le lunghe veglie nei combattimenti di posizione. I poveri coglioni senza maschera presero a rantolare all’istante, annaspando ed uncinando l’aria mentre una schiuma rosea avvertiva gliastanti che, hey, stava per arrivare Monna Morte a cavallo d’una ingozzata epica di stomaco ed intestini. Ed infatti, dopo qualche decina di secondi di agonia, la morte arrivò per tutti loro con un conato corale. I corpi si svuotarono di vita e di visceri, ed il tanfo, in quel labirinto, divenne davvero spesso da poter essere tagliato da un fendente di baionetta. Finalmente il reticolò si aprì in una serie di stanzoni, dalle cui barricate improvvisate partivano raffiche di automatica e colpi di bazooka. - Cazzo, le informazioni non sono corrette. Ci sarebbe dovuto essere un fossato, e noi avremmo potuto...-la frase dell’ufficiale alla mia destra venne vaporizzata da una fiammata partita da un muretto a poche decine di metri da noi. Mi nascosi per bene, e lanciai un paio di bombe a mano in quella direzione. Quel che successe dopo, come sempre, fu il delirio. Uccisi, morsicai, caddi e sputai sangue e bestemmie, sventrai qualcuno e da qualcuno venni colpito, ma di striscio. Forse avevo esagerato con le bombe, ed una era finita su di un gruppo del nostro Plotone, infiltratosi tra le rovine dietro cui il nemico opponeva resistenza. Peccato, ma quella di morire per fuoco amico era, del resto, un’evenienza da tenere in considerazione. Otto ore senza memoria, se non a brandelli, come molti dei cadaveri di cui era disseminato il labirinto. Conquistammo l’ultimo metro. L’ultimo difensore, ormai impazzito dalla paura e dalla stanchezza, si fece esplodere come un kamikaze, portando con se otto dei migliori fucilieri del Plotone. Ma la botola per la città dei civiili era lì, pronta per essere aperta e per consegnarci il primo dei premi che ci sarebbero toccati come ricompensa per aver vinto il contest. Distrutte le difese in superficie, ed eliminato l’esercito nel dugeon, avremmo avuto 72 ore di assoluto potere di vita e di morte sui civili della città ormai sguarnita ed imbelle. Avremmo dovuto soltanto rispettare la regola aurea di non torcere un capello agli appartenenti al Primo Ceto, ed anche ai loro schiavi, ovviamente. Avremmo potuto svuotare le cantine, beninteso, ed anche possedere le ragazzette che lavoravano negli aranceti dei nobili della città, ma niente uccisioni. Questione di bon ton tra Alti Comandi. Poi, compiuta la settantaduesima ora, saremmo tornati buoni buoni al nostro campo, lasciando morti e violentate alle nostre spalle. Poi, nell’arco di un mese al massimo, tutti noi saremmo tornati alla vita civile, ed avremmo avuto un incarico remunerato per i prossimi cinque anni. Sino ad un prossimo contest tra le varie multinazionali che si eran spartiti ogni forma di lavoro. Chi vinceva, continuava a vivere, ad avere un lavoro, una casa ed una famiglia. Chi perdeva, beh…avrebbe seguito le sorti dei suoi dirigenti, il Primo Ceto, ovviamente con i distinguo che la ragione, la morale ed il buon senso impone. Per chi avesse combattuto e fosse rimasto sconfitto, l’opzione era il lavoro forzato o, al limite, il lavoro su piattaforme nei deserti radioattivi nel Gobi, in Ucraina e nel Daghestan, o nelle distese desolate di gran parte dell’Africa sahariana. Ovviamente, senza stipendio se non cibo e cure mediche di base. Per i migliori, tuttavia, se fossero stati notati dai talent scout dell’esercito avversario, si poteva anche dischiudere una carriera nella security o nella polizia di stato, che era più o meno lo stesso. Per coloro che non erano più in età militare, fossero essi operai o dirigenti, il destino era quello di continuare a lavorare ma con una serie di malus e senza gran parte dei diritti precedentemente acquisiti. I rincalzi, i giovani che provenivano da superiori ed università, finito il training militare e professionale, si preparavano rispettivamente per l’una o l’altra delle multinazionali, secondo bandi semestrali a cui era dovere obbedire, senza porre domande. Tanto, di domande da porre non ve ne erano granché. Cosa chiedere? Perché di tutto questo? Era evidente. Si ottimizzavano i costi del lavoro e si selezionava i migliori, geneticamente e professionalmente. Il Primo ceto no, non aveva bisogno di selezione. Si autoforgiava al meglio, attraverso matrimoni endogamici, se così si può dire, senza distinzione di appartenenza a cordata economica e finanziaria. In quello il Primo Ceto, i nobili, come si chiamavano un tempo, si erano dimostrati davvero democratici e senza preconcetti. Bianchi, neri, gialli, colored, quale importanza aveva? Si mischiavano le carte per tener banco, e giocare il gioco che si voleva. Per gli altri, c’era il Contest. Io, anche per i prossimi cinque anni, avendo mantenuto vita e grado, e non essendomi beccato neppure malattie infettive sessualmente trasmissibili durante le settantadue ore premio di stupro e violenza, mi ero guadagnato un po’ di contanti e oro, sgraffignati dalle tasche degli inermi cittadini che mi erano toccati in sorte secondo accordi di legge, una vedova non troppo giovane ma ancora piacente, che mi avrebbe fatto da geisha, qualche suppellettile, diversi vestiti, mobili, cibo in scatola e, ovviamente, il diritto a continuare a lavorare con una paga, e con una indicizzazione annua della stessa, pari al tasso medio d’inflazione. Ero passato da impiegato di concetto a Quadro burocrate presso gli affari pubblici della Malefit Corporation, la multinazionale leader nel settore dei servizi alla persona. “Malefit, e qualcuno, vicino a te, si preoccupa del tuo benessere!” questo era il motto della nostra corporation, riportato in calce sulla nostra busta paga. Ed era un sollievo, dopo tanta fatica e sangue, sapere che, anche per i prossimi cinque anni, avrei potuto leggere una volta al mese quel motto, alla fine della disanima sulle varie voci che, immancabilmente, vuoi per un ritardo, vuoi per una nota di biasimo del tuo capoufficio, vuoi per una infamata di un collega invidioso, decurtavano il tuo stipendio base. “Malefit, dal 2020 con te, per il tuo benessere!” era scritto anche sul vessillo del nostro Plotone. E l’onore di esser conosciuti direttamente come i Malefit, era solo nostro, dei veterani che avevano combattuto tutte quelle battaglie, per la gloria e la prosperità delle nostre ditte e dei nostri impieghi.

I miei testi su Amazon

Ottima raccolta degli scritti di Platone, in cui la meticolosa ricerca del Reale apre a notevoli approfondimenti. 

Divulgativo, di parte, ma allo stesso tempo ampliamente fruibile. Consigliato a chi vuole ritornare a leggere filosofia ma non ha molto tempo per riprendere in mano i concetti fondamentali.

https://www.amazon.it/dp/B07MG7NY1P

Dal 3 al 7 Giugno scaricabile gratuitamente Ombre sull'acqua.

 

https://www.amazon.it/dp/B07N45SKJ3

Dal 26 al 29 Maggio in promozione il primo della trilogia dei testi " filosofico-ucronici" , ebook gratis anche senza kindle unlimited...un esperimento in itinere in cui la finzione letteraria dell'ucronia, l'universo quantistico ed i testi sapienziali propongono un percorso diverso del pensiero, dell'arte e della vita alla luce di "incontri possibili" in altri segmenti spazio-temporali del Multiversum, ove la sapienza caldaica e mithraica, Proclo ed Ermete Trismeghisto si fondono con Husserl, Heidegger e Nietzsche, in un panellenismo che unisce Sais, Atene, Roma, Gerusalemme, l'analisi gnoseologica all'I Ching ed a Juan Matus...

https://www.amazon.com/dp/1096097877?ref_=pe_3052080_397514860

Pubblicata la nuova edizione, riveduta ed ampliata, del testo filosofico Dei silenti abitatori

https://www.amazon.it/Scritte-strada-binari-altri-luoghi-ebook/dp/B07R6FJRMZ/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=scritte+per+strada&qid=1556442987&s=digital-text&sr=1-1&fbclid=IwAR3XCoSZZ5q_aiBZ_HITT4shuvvtyXC5qnFGKx9ei4oOV64qr0Z0OxMxOtk

Pubblicato ebook della nuova raccolta di poesie. In maggio Countdown deal.

Brano tratto da "Dei silenti abitatori" Ekate-Erakles

1

Il cielo tende la sua pelle e suona, questa sera. Gocce e foglie, dalle trecce degli arbusti, sferzano il vento, sfere ed oblique losanghe di luci danzano, agili e zoppe, pennellando sui muri un intrico di vite, ombre nell'ombra. Dalla mia finestra osservo, la sigaretta intenta a rodermi l'angolo dell'occhio con un filo di fumo. Solo il vetro mi separa dalla tempesta di gocce e di rumori, fragile e lieve come il soffio che entra nel seme e scorre in fiume, e rigagnolo, e nuvola, e speranza di mareggiata, e risacca malinconica, torrente di pochi anni e acqua lenta di pianura, e mi abbandona,infine, fuggendo, lasciandomi freddo, stupito, inane, capace solamente di disfarmi in pozzanghere. Questa notte la pelle del cielo tende il suo richiamo e non so se per poter cavalcare finalmente a ritroso i cavalli della pioggia, o per sparire come carsica lacrima in pochi istanti. Il buio, ormai, cancella le ombre e le dita della pioggia sono il battito nascosto di chi scorre accendendo e spegnendo riverberi dinanzi la polita lastra di bronzo del tempo.

2

A schiere alate, planando sulle mescite di lava che le crepe nella roccia offrono alle labbra riarse del viaggiatore, angeli dalle piume di nero corvo compassano angoli e rotazioni sull'asse intorno a cui condensa la rugiada dell'orizzonte. Fu mattino un tempo, ed ora nessun movimento del cielo indica quale istante sta falciando quale vita, ma continua la vecchia puttana col saio tarlato, sudario consumato dalle radici, a mulinare la luna affilata per mietere lo stelo che, paghi di se stessi, gli dei piantarono nel cuore dei viventi. Mi appoggio alla balaustra, il freddo della pietra orba del fuoco, ed attendo la sera che non giunge. E' qui e mai declinato ha il capo nella conca fredda del mattino, e neppure l'alto stupore del meriggio ha mai abbandonato la sedia della sua indolenza. E' qui, ed il suo ginocchio non piega movimento per salire o per discendere, Con l'ultimo filo di fumo abbarbicato sulle mie rughe attendo che l'ala corvina d'un angelo dagli occhi senza palpebre mi sussurri il suo nome prima di trascinarmi a misurare secoli e passaggi di bruchi nella terra dall'alto della più alta pietra che ventre di Madre ebbe a far nascere.

Brano tratto dal testo in itinere "Apocrifo di Zobris. pseudoepigrafe dello gnostico Diadoco"Il brano si intitola "Il sogno di Diadoco"

Nel profondo del sonno tra le vette dei monti, confusi con le tenebre del cielo, ed il riverbero dei fiumi, che sciabordano il lucore della luna, pallido scudo dietro il fumo della pira dei sospiri dei mortali che incubi e sogni talvolta incendiano, tra gli alti alberi potenti per l’antico respiro della terra, ed i macigni accarezzati dalle tonde dita del tempo e del vento, il mio sguardo vagava come un eccello senza più nido, o come un tarlo, all’interno della cornice mangiucchiata d’una finestra opaca per la polvere, uscito fuori dal proprio buco. Seguivo il suono lontano del mare calato dal velo dei monti e della nebbia, ed ogni cosa era più vasta del nome che portava, ogni suono più profondo dello spazio senza pareti che lo conteneva. Ogni cosa era e parlava con se stessa la lingua dell’altro, ed il giunco schioccava la pietra del ruscello, e la pozza soffiava il vento tra le frasche. Ogni cosa di se stessa e dell’altro sapeva discorrendo, ed io solo non avevo altro che le mie parole, e muti gesti. Mi svegliai all’improvviso, mentre il mio cuore, nel sogno, rimaneva impigliato tra puntuti rami di quercia e di frassino, e del frangersi lontano delle onde, e del battere d’ali del pipistrello, e del ronfare zannuto sotto il cumulo muschioso di sassi franati, ed il ticchio dell’uccello tornato al cavo scuro aveva iniziato a battere. Il mio cuore s’era reso fratta tra le fratte, alla distesa nello spiumaggio di fine caccia, stella rifratta nello schiudersi ebaneo dello sguardo del daino, destato dal frugare insistente della volpe. Vivevo seppur in due mondi d’una stessa vita, una intessuta d’ogni lingua, e senza parole vasta come il vento che scorre, l’altra sospesa alle pareti ed al comodino nello stupore del risveglio dal battito rimasto nel profondo del sogno. Ogni cosa accartocciava su di se il suo significato, mentre là, tra i rami spinati il cuore imparava il discorso della prima ape al raggio intravisto del sole, tra le foglie piegate verso la terra, per donare scroscio lieve alle radici, e bagnare la poa polverosa venuta a nascere tra le piante, resa straniera dal vento che libera gli aromi dalle corolle. Io vedevo, eppure il mio cuore era rimasto nel sogno, tra i rami appuntiti sopra i quali l’ala si rafforza per spiccare nel vuoto, e librarsi con dita di vento, e dove lodore delle onde mescola il flutto senza briglia all’ordito della foglia, e lo schiudersi e l’aprirsi delle chiome alle stelle parlava il linguaggio antico che io intendevo, e non più il nome e di questo, e di quello, tra le pareti della stanza ove il mio sonno s’era interrotto improvviso, destandosi a nuovo sogno, poiché più di quello questo tra le pareti mi sembrava immagine, e fantasia, e gioco di bambino con il suono e la voce. Le radici di querce ed ontani, lignea risposta del tronco all’urlo del fulmine tra le labbra delle nubi, portavano dentro il mio cuore l’umido sospiro della terra, divenendo sangue, e calore, e soffio. Il mio cuore si destò come fuscello nella foresta, e poco prima seme appena dischiuso, e quindi tronco orgoglioso nel raccogliere sulla sua pelle il pensiero corrucciato dei monti, e come grifo zannuto, le zampe intente alla delicata scoperta del tartufo odoroso, e come falena attorta al cespuglio, nel volo appena discosto dalla corteccia ove nacque poco prima, scavandone il percorso. Vissi due sogni, e di due sogni una cosa unica io vissi, come l’onda si trasforma nel mare acquietato, dopo l’urlo e la corsa rovinosa, od il raggio di sole e la goccia di pioggia s'abbracciano saldi per baciarsi e diventare lo spuntare della foglia e della radice. Una cosa unica, un miracolo come la farfalla è miracolo del fuco, o l'erba ed il giunco digesti il trono di gloria del pavone. Dischiusi la memoria sopita di quando la natura parlava, ed io ascoltavo, e ripetevo d'ogni suono e d'ogni lingua, il suo nascere, incessante sussurro del respiro della dea. Poi, la stanchezza del mio corpo mi avvolse, come la nebbia del timore avvolge il passo nel tramonto, e l'accidia della mia mente prese di nuovo a nomare, e misurare, come il torpore rende confusa la lingua nel meriggio agostano, quando il lucore del sole acceca gli occhi e rende soffice la guancia contro la parete. I rami disparvero, ed il cuore fu di nuovo viscero, ed ogni cosa ebbe di nuovo il suo nome, e ripresi a scrivere parole sulle pareti della mia stanza, parlando con le ombre che distratte rimandavano allo sbadiglio dei miei occhi forme confuse, e suoni attutiti d'una strada pronta ad affollarsi di nuovo, diuturna, quotidiana processione verso acropoli ed ipogei, colmi di parole e di polvere, recinti ove la ferula d'un padrone sempre trovi a farti ricordare lo schiaffo con cui fosti gettato nello sconforto, quando trascinasti fuori dall'ombra la luce e quindi, meravigliato, ne fosti abbaccinato, continuando a sbattere contro il vetro polveroso, come l'insetto attratto dalla fiamma posta dentro la lucerna.

Brano tratto da Gnosis. "Lo specchio di Gloria del Padre", ovvero La luce di Cleopatra

(…parte mutila...) e quindi giunto al protrarsi del compito che l’Aurora dal sorriso bipatente mi volle affidare, non avendo io (...parte mutila…) al sommo Arpokrates, adornato dalla treccia ben composta dalle fanciulle ierodule dei misteri di Isi, faccio voto di scrivere tutto quanto io ricordai dal sogno che come ombra tra (...parte mutila…) senza tralasciare il doveroso vincolo di silenzio verso i mugghianti ed insipienti armenti che, con forma umana, trascinano i loro respiri lontano(...parte mutila…) dal sommo Giove Serapide, che volle tenere a me gli occhi aperti e la memoria acuta anche nel sogno che tutti conduce verso l’ignoto. (...parti mutile...) Io, Antimonio, discepolo del tre volte completo Apollonio, figlio eminente di Pitagora il divino, discutendo nel fondo dell’anima col mio maestro, a lungo parlando della Diade e dell’abbraccio (...ampie parti mutile…) E con Zoe parlando io Antimonio, ordinato dalla madre di coloro che cavalcano i respiri, Diadoco di futuri uomini e donne più simili agli dei che a mortali, (...parte mutila…) questa domanda posi: Come io mortale potrò esser continuatore d’una opera non ancora intrapresa, e questa aumentarla e tramandarla quando neppure più un solo mio osso calcinerà al sole o diventerà umido terreno per radici, (...parte mutila...) come continuare la voce e la mano di chi ancora non è stato generato? (…ampia parte mutila...) E bellissima nelle vesti di rosa Zoe la riservata, intrecciate le seriche dita al tre volte grande Ermete scriba e maestro, come Diade di luce rifulse all’istante, cuore di folgore nel nembo improvviso, quindi schiuse le labbra, e gocce saline caddero dalle sue guance, formando nella coppa intagliata posta sul suo grembo, della forma del melograno, un liquido rosso come l’Aurora quando il Sole ruggisce sin dal suo risveglio con gola di leonessa intenta a richiamare la prole. (...parte mutila…) così Zoe continuò: - Non in questo tempo, non in questo spazio né tra le mille lingue che invano cercano l’essenza delle cose è successo, ma in altro luogo, come se un riflesso di questo mondo fosse reale e vivo come questo, e lo è, ma difforme in molte accadimenti (...parte mutila…) là, Cleopatra la dotta, famosa per la magia e per l’intelletto, mantenne il suo regno e l’Impero fu altro, fu come lo sbocciare del loto dal fango, fu come il bambino che inizia a camminare, e ride felice tendendo la mano verso le cose che, sorelle ed amiche, volentieri prendono la sua orma. Dalla stirpe di Cesare conquistatore e da schiatta dei Signori delle due Case nacquero guide sagge, e non più sangue scorse per rivelazioni o fedi. Là il fuoco della Gnosi continuò ad ardere, nessuna vittima, nessun persecutore, e dal Nilo al Giordano, Dall’Indo all’Eufrate, ogni flutto specchiava la verità senza santi, ne sacerdoti curvi a coprire lo specchio delle acque e del cielo coi fiati rimestati delle loro prediche. Là Joshua ed Ipazia le loro membra armoniose non han consegnato allo strazio (...parte mutila…) e per il nome d’un Dio severo nessuna guerra divenne santa, e da Atene e Tarquinia le piogge scesero ad irrorare le piane del Sinai (...parte mutila…) Per questo io, Antimonio, discepolo di Apollonio, avendo ascoltato e compreso come in altre parti dell’Universo la pietà degli Immortali aveva così diversamente voluto, affinché un diverso impero si estendesse nel mondo, e divenisse casa di indiani e persiani, greci ed italici, egizi ed ebrei, e di ogni tradizione antica e nuovamente manifesta fare ricchezza di colori e di canti, come il prato fiorito è da Flora benedetto con molteplici forme ed odori. Così determinandosi, io compresi, Antimonio viaggiatore....

Bastet, dea archetipica dela danza cosciente dell'anima al suono delle profondità del sogno. Quarto stato di consapevolezza. relazione diadica in cui la coscienza e l'incoscienza si superano nello stato dell'ipercoscienza, o coscienza del sogno. Dalle istruzioni ai discepoli dei misteri di Anubi e di Bastet agli scritti di Sankaracharya, da Plutarco alle incubazioni nel Serapeion, dalle istruzioni di Don Juan all'ipermente quantistica, dallo Dzog Chen tibetano all'animus phantasticus di Bruno...

Tratto da "Apocrifo di Zobris"ultimi versi de: " La desolazione della mia anima"

Condannati a generare effimeri noi siamo, tutti noi che con lame od artigli, con lievi zoccoli e pinne potenti cerchiamo di vivere un’ora in più del nostro destino. Inutile ogni tormento, ogni cosa risiede nello stare-per-svanire, ed anche il cielo più fondo brilla dello scintillio della falce del tempo. Le stelle più fulgide ed i pianeti ruotano attorno al fuoco della propria pira, e nessuna cosa appare al di fuori del rogo del proprio respiro. Cosa vale dunque continuare a soffrire, quando ogni cosa che compare è una nuova maschera della morte? Anche la più calda vagina non saprà scaldare il tuo animo nel cuore della notte, quando l’urlo lontano delle ere attraverserà il sogno per attaccare i tuoi denti al lenzuolo, e un sudario masticato ti parrà il riposo. Perché osar vivere se anche il vino più forte diventerà anch’esso aceto, ed il frutto più dolce impasterà di fango la tua bocca quando guarderai l’ombra dei tuoi cari scorrere e dileguarsi derubandoti del coraggio, e trascinandolo schiavo nel deserto della notte, ove nessuno possiede occhi per cercare un rifugio, poiché unica certezza è il nostro vincolo al dolore. La gagliardia dei lombi si infiacchisce, la mano stringe debole il filo della vita, la vecchiaia ride sgangherata con bocca oscena a tutte le tue speranze. Ogni cosa macina se stessa, trascinata dal fiume del tempo, ed in nessun luogo, neppure sul trono, troverai un cuore sgombro dall’affanno. Esistere è uno schianto d’ali al termine d’una migrazione della cui rotta non esiste meta. Meglio è forse sostare per sempre, Padre Sole, e non più seguire il tuo corso. Scendere nell’Orco, dissolversi tra le dune del deserto arso dalla sete, danzare come la goccia d’acqua sul sasso rovente camminando il lastricato dell’Ade, o forse spegnersi, come il fuoco si trasforma in fumo, ed il respiro in tosse e lacrime.-

Brano tratto da: Gnosis. "Verso Eleusi. Commento Quinto"

L’animo è per sua natura una fuga errabonda dai luoghi affollati e dai deserti, dalle palme troppo cariche di frutti e dalle sassaie senza vita. L’animo agogna, vuole, cerca incessantemente il proprio dio, per sconfiggerlo e conquistarne nome e corona. L’amore è lotta e contesa con se stessi e col proprio guardiano, l’Antico incomunicabile che corre sul filo dell’orizzonte, tra l’ombra della sera e l’ultimo raggio del sole. L’animo agogna il seno prosperoso della verità. Vuole abbeverarsi della sua frescura primigenia. L’animo, per essere spirituale, deve desiderare. Fortiter. E scuotersi, ed elevarsi, come una verga dinanzi alla donna. E come una donna, nessuna verità si svelerà senza sorriso. Per questo la cifra della spiritualità è il corpo ed il gioco. Come ricordato dai testi ermetici, senza sale, ovvero senza corpo, nessun oro può esser creato. En avant, quindi, con l’Eros che ricorda, nel senso etimologico di riportare entro il cuore, la pienezza d’essere, e che si apre alla pienezza dell’ente senza averne bramosia. Allora la coscienza diventa reale possesso d’alfabeto. Allora, dagli istanti del silenzio, fluiranno le voci passate, presenti e future che son state, sono e saranno. Ascolteremo i silenti abitatori della musica delle sfere, gli errabondi del sacro, i sacrificatori, nel senso di render sacri, e non profani, i luoghi ove posiamo gli occhi, i piedi ed il respiro, mostrandoci il percorso per la maiestas, la luce della radianza dell’Essere.

Un giorno

Un giorno, quando busserai alla mia porta,

ed insipiente e stanco ti farò entrare,

non avrò paura che la tua mano

adunca e senza pelle

si annodi alla mia gola,

strappandomi il respiro,

o che, con unghie sporche

del fango di sepolture

travolte dalla piena,

strappi la luce dal mio cuore

gettandomi per terra come un vestito

ormai dismesso e stazzonato.

Suonerai, o busserai,

o magari di soppiatto

entrerai dalla serratura,

sussurrando le atroci parole

che ti mozzano il respiro,

mentre giaci nel letto

prigioniero del sonno,

od ancora spaccherai il chiavistello,

ed irromperai con passo risoluto,

smembrandomi per sottrarmi lo sterno,

e farne gabbia per un nuovo uccello prigioniero.

Giungerai, e toccherai il legno della mia porta,

ridacchiando se dinanzi a te

si parerà un uomo impacciato

e confuso circa l’etichetta da seguire

in simili circostanze.

Forse troverai un uomo imbarazzato,

dallo sguardo dubbioso e dai modi affettati,

come si usa con la visita inaspettata

d’un parente mai visto

se non in foto,

o forse le mie mani

palperanno le tue forme,

accarezzando i seni senza latte

e la secca vagina,

cercando di trascinarti sulle lenzuola,

e lì provare a smuovere la tua indifferenza

fredda come una lama.

Quando verrai, avrò comunque

ancora del pane da spezzare,

ed un ultimo sorso di vino,

da bere e da assaporare.

Non essere scortese,

prima che la tua lama recida il mio filo,

permettimi di brindare e

salutare il mio nome

mentre diventa nebbia, e poi nulla.

Tratto da "Scritte per strada, per binari e per altri luoghi"

Ogni binario

Sotto la pensilina della stazione

la nebbia ondeggia

attendendo il vento portato dal treno.

Visi pieni di solitudine

attendono, senza nome,

la propria corsa.

Inutile partire,

inutile arrivare.

Ogni binario

torna su se stesso,

nella notte,

trascinando l’attesa

d’un nuovo mattino tra la nebbia.

Brano tratto da Apocrifo di Zobris-pseudoepigrafe dello gnostico Diadoco

Discorso di Zobris sulla via degli uomini. -Non credere che la mente dell’uomo sia la corona del re, piuttosto, è il sipario su cui giullari dal nobile sangue districano le fantasie di arcigni, irati tiranni. La morte essi presero, scagliandola laddove io ero, e di me, smembrato, fecero montagne, e laghi, e cuori, e respiro. Ogni realtà è perfetta, ma è portata dall’ira dei reggenti verso il proprio scomparire. Racchiusa in un cantone dell’universo, la mente balocca il proprio limite, adornandosi con bende sopra gli occhi, fingendo che siano corone. Portate quindi in voi a perfezione il mescersi della realtà, di per sé perfetta, ma peritura, cosicchè ogni cosa che entra nell’ombra e nel silenzio si trasmuti e diventi opera dell’Arte. Come la saggezza divenne ebbra dell’altezza, disattendendo la propria perfezione, così la pietrà divenne liquida, il fuoco ghiacciò come vetta innevata, il vento si perse nelle caverne rigonfie di lava, e l’acqua scorse come sabbia arida. Nacque la morte dalla mancanza del connubio, e la diade estrema, perfetta nel suo compiersi, non ricreò la cosa unica, ma diede vita all’estrema solitudine dell’esistenza. Desolazione e distacco è il suo nome, inciso dal freddo fuoco del silenzio. Ora stenditi sul campo di rugiada, e permetti alla pietra di cullare il tuo capo, al polline di posarsi sulle tue labbra, al sole di scaldare le tue palpebre, e porta indietro la tua memoria alle mille ed una generazioni che tu fosti, nei mille e mille ed ancora uno milioni d’universi che si aprirono come petali d’un fiore. Accogli l’insegnamento della via degli uomini, per poi divenire ruggito, e corsa di gazzella, e battito d’ali, e pinna che fende le onde, e più ancora in profondo, sino al cristallo di sale.- Io ascoltai le parole di Zobris, e come culla furono i suoni delle sue labbra. Come un cadavere, immobile mi posi sul terreno, attendendo che la Saggezza flettesse il suo passo dalla mia sinistra alla mia destra, come un serpente si snoda al calore del sole. Come una distesa di pietre preziose, dinanzi a me, le montagne ed il fiume, l’albero ed il cielo presero la forma, narrando delle vite che fui e che conobbi.

... permetti alla pietra di cullare il tuo capo, al polline di posarsi sulle tue labbra, al sole di scaldare le tue palpebre, e porta indietro la tua memoria alle mille ed una generazioni che tu fosti...

Viaggio,

lungo perdersi, cadenzato,

da giorni e da notti,

lungo il lento attendere,

cercando dietro le foglie cadute,

lungo il corrodere antico delle piante, tra i sassi,

nel perdersi dell'acqua,

dentro l'acuto dolore della perdita,

del sapersi mortale, e sempre più morente,

 l'assenso, aureo,

adamantino,

tagliente,

che, con spigolo perfetto

intagli il dedalo di specchi

che nascondono l'uscire.

“E che? Tu cerchi? Vorresti decuplicarti, centuplicarti? Cerchi seguaci? - cerca zeri.

F. Nietzsche – Crepuscolo degli idoli

Brano tratto da "Paludi Imperiali-epopteia ipogea-

Tratto da "Gnosis"

Ogni esistenza è la danza di una stella attorno all’orizzonte degli eventi, il guado costruito con spade affilate, l’angolo tortuoso al di la del quale si manifesta l’aprirsi del labirinto di specchi. Nessun passaggio è dimenticato, tutto è l’orizzonte entro cui ogni cosa è eterna ed accade senza finire. Nel fondo generativo della terra e del cielo, gli Antichi Dei Archetipali, gli Eroi, i Titani ed i Canti sono le costellazioni lungo cui trarre la sintassi della parola che si dice per permettere che appaia ciò che, palese, rimarrebbe sparsa, visibile, udibile, eppure ente tra gli enti, datità. Se è vero che, come scrisse Heidegger noi”siamo troppo in ritardo per gli dei, troppo in anticipo per comprendere l’Essere”, vero è anche che il lavoro di sottrazione e politura, di scavo nelle miniere della nostra terra, e di scalata alle nubi più estreme del nostro cielo, è l’unico ethos che permette di riconoscere l’impronta del dio nel passo sulla pietra e dentro l’acqua, nel confondersi dei secoli e nel nascere e cadere di lingue, civiltà ed esistenze. Come ebbe ad affermare C.G. Jung “in ogni caos vi è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto”. Occorre ri-conoscere questo accordando le parti frammentate di noi stessi ad un livello più alto, o profondo. Occorre non fermarsi alla datità, al grezzo addensarsi di limiti ed orizzonti sotto forma di coordinate spazio-temporali, di egoicità schiudentesi come sviluppo del limite consumando, al contempo, la nostra energheia entro una entelecheia disegnata dal con-esserci; occorre svellere l’assenso al dato, la cui cifra, l’entropia, sembra precludere ogni senso ultimo alla parola, pur, paradossalmente, assumendosene appieno il peso con la levità del passo che danza, girovaga, errabonda di era in era. E’ necessario però assumere il peso del trasformarsi del Chaos in Cosmo, intenderne il suo continuo accadere come un problematico, apparente e fenomenico, stare-per-svanire. Erebo, genitore archetipale e distante, prolifico ed avaro re dello spazio colmo di tenebre, oltre e prima di Chronos, oltre l’avanzare della falce del tempo, generò le Parche, e da esse i mortali trassero il filo che continuamente muove a danze le loro stelle. Oltre e prima delle stelle, oltre l’ombra precedente la liuce di padre Erebo, abbracciato alla Notte, oltre il silenzio di Nun e Nunet, al centro dell’indefinito Tutto/Nulla, ricondurre l’urlo (im)mortale degli eroi e l’essenza selvaggia ed irrefrenabile dei numi, per iniziare il percorso di ricomposizione del Testo squadernatosi in sopra e sotto, prima e dopo, presenza ed assenza, visibile e segreto.

“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, ad una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo. L’uomo non ha limiti, e quando se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo”

Giordano Bruno

Link pagina Facebook Autore di Walter Salamano e link testi pubblicati su Amazon

https://www.facebook.com/Walter-Salamano-1970269319700984/?modal=admin_todo_tour

 

https://www.amazon.it/dp/1794173803?fbclid=IwAR37Sim-LXhr8FH83mYqgvkReafs3uozz4OdPZj0eHmTKDXFyv19ehhwKRA

 

https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Ddigital-text&field-keywords=PulpItalia&fbclid=IwAR2bIcmVVdAZ-vmUpa71u32p7q5QGIBU0jZTNiC2WjLCLNbb1YLuRMc_ocU

 

https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Dstripbooks&field-keywords=gnosis+walter+salamano

 

https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Ddigital-text&field-keywords=Paludi+Imperiali+walter+salamano&rh=n%3A818937031%2Ck%3APaludi+Imperiali+walter+salamano

 

https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Ddigital-text&field-keywords=ombre+sull'acqua+walter+salamano&rh=n%3A818937031%2Ck%3Aombre+sull'acqua+walter+salamano

 

Il cammino verso la vetta è il richiamo di noi stessi dentro la vastità, lo spingersi dell'inesteso entro la massima estensione.

Il richiamo della vastità è un richiamo d'altezza che approfondisce il viaggio

Sono un paragrafo. Clicca qui per aggiungere o modificare un testo. Qui puoi raccontare ai tuoi visitatori chi sei e qual'è la tua storia.

Brano tratto da "GNOSIS"

Solo la voce si accalca sulle tribune del ricordo. Echi di esistenze nel mattatoio dell’arena, mentre la naomachia rende avvezza alla parodia anche i compagni di Giasone. La luce si smorza nel navigare sopra l’onda che si trasforma in tempesta. Ma non qui. Qui, i morituri si contendono l’entusiasmo della folla, agitando gomene trasformate in torce. Il retiarius, avvolgendo la rete attorno all’antagonista sconfitto, urla il terrore dell’onda che avanza e sommerge. L’isola nel centro è travolta, ed il suo trionfo è la beffa d’un senato indolente e già stanco dello spettacolo. Arconti feroci s’annoiano nei panni sacrosanti. Il sangue si stempera nei flutti, ed ancora, ed ancora, scomparendo tra le crepe del terreno riarso. mentre le vele, inutili nell’arena, si gonfiano dei respiri dei morenti. Voci come echi si accalcano sulle tribune, dimentichi che polvere ed ombra non lasciano tracce.


In ogni goccia si dischiude un universo.

Perché Cosmo e Testo

Questo è uno spazio di riflessione, di confronto, di scrittura e d creazione. Mi chiamo Walter Salamano, e leggo e scrivo di filosofia, narrativa e poesia. Mi interesso in maniera particolare di gnosi, del pensiero alchemico e simbolico, della poesia intesa come ricreazione del mondo secondo vastità, come cammino danzante del fauno, sospiro degli dei tra l'erba frustata dal vento, e della narrativa come destrutturazione, lacerazione, opera al nero, infernazione rimbaudiana, morso apollinaireiano.

Perché Cosmo e Testo? Perché indagare, chiarire, affinare il rapporto tra la parola ed il mondo, ciò che è e può esser pensato, significa ampliare il mondo stesso e la nostra facoltà percettivo-poietica. Costruttori e distruttori di mondo, di mondi, non abbiamo altro che la nostra via, che è ogni passo, oltre ed attraverso.

Un benvenuto a tutti coloro che vorranno contribuire con il loro apporto a questo progetto.

Dei errabondi plasmano il mondo nel loro sostare al fianco del cammino, intrattenendosi tra loro col narrare le storie delle nostre esistenze.

Sono un paragrafo. Clicca qui per aggiungere o modificare un testo. Qui puoi raccontare ai tuoi visitatori chi sei e qual’è la tua storia.